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Il caso Regoli - di Enrico Crispolti
Luciano Regoli ha una convinzione precisa:
che della pittura come mezzo di espressione/comunicazione sia più
che mai necessario preservare (come effettiva trasmissione di sapere)
tutta la specifica ricchezza tradizionale. Un patrimonio che per molti
aspetti rischia infatti di andare perduto; un patrimonio che non è
di ideologie estetiche, beninteso, ma di esperienza sul campo; di
capacità di far dire di più, e in termini maggiormente flessibili,
al mezzo pittorico in quanto tale (in implicita dialettica con altri
mezzi attuali di comunicazione visiva). La vicenda storica multiforme
(fortunatamente) dell' arte contemporanea, nella ricerca di nuovi
valori contro gli antichi, ha teso a spogliarsi di quella totalità
(persino virtuosistica a volte) di conoscenze che facevano la pienezza
tradizionale del pittore, fosse Manet o fosse Mancini; che erano insomma
il terreno sul quale divenivano possibili le stesse decisive personali
trasgressioni. L'arte contemporanea ha teso a porre le proprie trasgressioni
(nei modi più diversi: da Kokoschka a Permeke, da Matisse a Picasso,
da Balla a Mondrian, da De Chirico a Ernst, da Klee a Fontana, se
vogliamo) non entro ma contro quel patrimonio. Ha essenzializza- to,
ha spogliato. Nelle soluzioni e nelle traiettorie creative più memorabili
quell'essenzialità, quella concisione corrispondono alla fondazione
di nuovi valori. I valori del nostro tempo, nei quali profondamente,
per molteplici ragioni e in diversi aspetti, ci riconosciamo. Ma in
una media diffusa di pratica pittorica conseguente come derivato (raramente
di prima mano) da quelle fondazioni, ricorrono da tempo utilizzazioni
realmente impoverite del mezzo pittorico, prive del sospetto (non
dico della capacità) di quale sia il patrimonio storico della pittura
appunto come mezzo di connotante comunicazione visiva.
E così, quando come nell'ultimo
decennio si è manifestato un ritorno, per molti aspetti di pretesa
restaurativa, quando si è manifestato un programmatico ritorno (sospinto
anche da necessità di mercato, dopo il vuoto oggettuale causato dal
"concettuale" ) verso la pittura, si è ben visto, dai "transavanguardisti"
agli "anacronisti", come si invocasse il ritorno a un linguaggio
del quale si avevano idee assai approssimative (quando almeno se ne
avevano). Non si trattava, come pretendeva qualcuno, di una "nuova
qualità" di pittura, ma di proposizioni ignare di qualsiasi nozione
di cosa fosse stata e tuttora potesse essere la "qualità"
della pittura. E basta avanzare il confronto con qualche reale grosso
pittore dei nostri giorni (come Anselm Kiefer, per esempio: per rendersi
conto di una incultura pittorica, che soltanto "trusts"
di mercato e il vociare di critici sedicenti "militari"
di ventura, a quel soldo, hanno posto in prima pagina: In questa confusione
Regoli, isolato, crede a due cose: appunto al mezzo pittorico nella
sua integrità tradizionale, e alla necessità di difenderne il patrimonio
di tramandi, di conoscenze e dunque di specifico "sapere";
e al rapporto, come si diceva un tempo, con il "vero".
La
sua sicurezza suona come sfida, e vuole esserlo, sicuro come è che,
se pittura deve essere, debba esserlo fino in fondo, in tutte le sue
possibili qualità, e in tutte le sue capacità di connotata rappresentazione.
In ritratti, in paesaggi, in nature morte. È una sfida alla critica,
costretta a rileggere la pittura in qualità antiche. Ma è una sfida
ovviamente anche a se stesso, destinato ad una possibilità di affermazione
contro le sem- plificate misure più correnti. Regoli è ancor giovane
e si vedrà come questa sua avventura andrà a finire. Per intanto,
giacche non intendo (ne mai ho rinunciato ad intendere, neppure negli
anni dello spostamento sulle possibilità nuove sociali della comunicazione
artistica, prima della grande restaurazione responsabile indubbiamente
del vuoto ideale attuale), non intendo, dico, negarmi all'apprezzamento,
al piacere dell'apprezzamento, anche della pittura rappresentativa
più pittura in tutta la sua ricchezza patrimoniale tradizionale, eccomi
ad affrontare un "caso" Regoli. Il quale cerca la propria
"occasione di pittura" nei ritratti (è fra i più abili e
soddisfacenti ritrattisti in circolazione: 10 fu negli oscuri maturi
anni inglesi anche Schwitters), ritratti in genere ambientati, nelle
nature morte, pure in genere ambientate e fatte di molti oggetti,
e nei paesaggi (di Roma, dell'Elba, dove vive, della campagna) . Lo
interessa cioè il fatto pittorico in quanto tale o meglio una trascrizione
pittorica intimamente lirica, tonale, del rapporto emotivo con il
"vero", che vuole raccontare nella misura in cui gli si
offre appunto come pretesto di pittura, di pura pittura. Il suo è
un tonalismo non timbrico, ma naturalmente giocato sul presupposto
lumino- so degli accorti e sottili passaggi di neutri. E questo tonalismo
è al servizio di una disposizione sostanzialmente contemplativa, estraendosi
dal tempo nella sua aggressiva storicità "ad diem" e disponendosi
invece nel tempo fermo del puro 1irismo di dialogo appun- to sostanzialmente
contemplativo. Solo questo infatti garantisce a Regoli la realizzazione
di una situazione di piena pittura, che è dunque il suo vero effettivo
interesse primario. Il nodo culturale sul quale si fonda linguisticamente
tale sua fiducia nella pittura è remoto: Morelli e il primo Mancini,
in particolare, con qualche scarto verso Sargent, forse, e discendendo
fino a Bartoli (non le allucinate asprezze di un Freud). A suo modo
neoumanistica, il tratto d'attualità più evidente della sua pittura,
è nella certezza del dato rappresentativo, pacato e totale.
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Vitalità
della tradizione pittorica Europea nella pittura di
Luciano Regoli

Presentazione
di Gian Luigi Rondi |