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Luciano Regoli o della “bella
pittura” - La “bella pittura”
Negli
anni Venti e Trenta del secolo scorso, se all’opera di un pittore
(poteva trattarsi, poniamo, di Filippo De Pisis, o di Mario Cavaglieri,
o di Felice Carena o di vari altri) veniva attribuita la qualifica
di “bella pittura”, la cosa rendeva soddisfatto l’artista
stesso che si riconosceva nell’idea di una pittura compiaciuta
di sé, dei suoi mezzi e delle sue possibilità. Poi tanto
tempo è passato, le cose sono molto cambiate e l’espressione
“bella pittura” dal secondo dopoguerra ha perso qualunque
fascino, anzi è stata convertita in una sorta d’insulto
che rendeva ben poco contenti gli artisti a cui fosse stata riferita.
Poi altro tempo è passato e nel gioco inesauribile dei corsi
e dei ricorsi storici, nell’ambito delle oscillazioni del gusto,
oggi la definizione “bella pittura” ha felicemente recuperato
tutta la sua valenza positiva e può legittimamente aspirare,
nonostante il suo carattere un po’ troppo vago e storicamente
poco accertato, ad avere un suo ruolo nel dibattito critico1. Questo
non significa, naturalmente, che si sia ritornati a un’idea
di arte quale ancora alimentava il lavoro dei pittori e degli scultori
nella prima metà del secolo scorso, sulla base di un costante
raccordo con la tradizione classica e con le regole delle scuole e
delle accademie; oramai tale patrimonio non rientra più a pieno
titolo negli ideali della cultura dominante, la quale concede tutti
i crediti ad altre tecniche (la fotografia, il video, l’installazione),
ad altre finalità (la denuncia, l’irrisione), ad altre
occasioni (eventi di una moderna liturgia di massa come Documenta
a Kassel o la nuova Biennale veneziana),relegando ai margini l’espressione
di una “pittura pittura” paragonabile a quella di un tempo.
Eppure il passo avanti significativo è questo: che surrettiziamente
si alimenti il dubbio, che si ritenga possibile, accanto alle manifestazioni
della cultura dominante, accettare il lavoro di chi rimane ancorato,
d’istinto e non per una qualche sorta di calcolo, a un’idea
della pittura come esibizione di belle doti, omaggio al disegno, apprezzamento
delle virtù del colore e virtuosismo tecnico.
L’omaggio alla tradizione
Si è fatta questa premessa per dire che Luciano Regoli non
opera in uno splendido isolamento ma in sintonia, si suppone inconsapevole,
con pochi altri come lui attratti dagli esempi luminosi della pittura
precedente, rinnovata non per via di imitazione ma sulla base di un’immedesimazione
profonda, di una condivisione ideale 2.
Non è il caso di mettere in discussione l’adozione, da
parte dell’artista, di un simile atteggiamento accusandolo di
spirito antimoderno: è necessario seguire la propria strada,
quella che risponde alle necessità interiori, senza avere il
dubbio di quanto essa aderisca ai tempi. Ora, non c’è
dubbio che lo sguardo di Regoli si volga con passione verso la pittura
del passato, e verso due epoche in particolare che, con tutta evidenza,
maggiormente lo attraggono: il Seicento fosco di ombre e di luci e
l’Ottocento che si apre in termini nuovi al paesaggio e che
introduce un più pieno e convincente realismo, specie nei ritratti.
Di qui il tono particolare che assume l’opera dell’artista,
la quale tende a sfuggire al nostro tempo per collocarsi in una dimensione
difficile da precisare, sospesa, più pensata che reale, lontana
comunque dalla quotidianità e sottoposta alle leggi proprie
dell’arte. Questo aspetto dell’opera di Regoli si manifesta
in particolare nell’arte sacra, come si vede per esempio nel
grande dipinto Lapidazione di Santo Stefano (330 x 254 cm, Tav. XXXV)
collocato nella chiesa dedicata al protomartire a Campioni di Buggiano,
in provincia di Pistoia.
Un pathos eloquente pervade la composizione, rifuggente
dall’iconografia devozionale che continua ad aduggiare tanta
parte dell’arte sacra a vantaggio di una interpretazione drammatica,
di immediata forza comunicativa, resa con una pittura sontuosa, in
ideale collegamento con quella di uno Chassériau, di un Delacroix.
La violenza feroce degli aguzzini dai corpi statuari e perfetti, la
foga del cavallo che si impenna, il gesto più calcolato del
personaggio col turbante che, sulla sinistra, si accinge anch’egli
a scagliare la sua pietra fanno da contrappunto all’atto di
sottomissione e offerta del giovane martire i cui occhi si volgono
al cielo, da cui tuttavia non scendono angeli rassicuranti o promesse
definitive.
Un
realismo immaginifico
Se è vero che Regoli, indubitabilmente, parte dal reale, dal
concetto di realismo quale venne elaborato da pittori come Caravaggio,
nel Seicento e da Courbet nell’Ottocento, è altrettanto
vero che il suo realismo si allontana risolutamente da ideali di resa
fotografica ed obiettiva, per conseguire altri risultati. Si ponga
mente, a questo proposito, soprattutto a quelle composizioni di più
forte impatto simbolico, come Consolazione (Tav. XLVII), o Lezione
di anatomia (Tav. XVI), o La vita chiede udienza alla morte (Tav.
XLVI), nelle quali tutta la disposizione delle figure e degli oggetti
risponde spudoratamente a esigenze di significato, senza che ci si
preoccupi troppo della verosimiglianza. È una pittura intellettuale
per la quale non sapremmo ritrovare precisi termini di riferimento,
nella quale dunque si manifesta in particolare l’originalità
di un artista pensoso, desideroso di affrontare senza timidezze temi
fondamentali come quelli che attengono alla vita, alla morte, ai momenti
decisivi dell’esistenza. Anche nei casi in cui l’opera
di Regoli sembra rientrare più agevolmente in parametri prevedibili,
per esempio quando egli realizza ritratti di singole persone o di
gruppi familiari, il suo istinto lo porta ad evitare la piattezza
di una resa fedele sul piano ottico per privilegiare una pittura della
realtà ben altrimenti sottile e penetrante, forse all’insaputa
degli stessi modelli, sedotti e appagati dalla felicità espressiva
dell’opera e non sempre capaci, si suppone, di cogliere la particolare
malinconia che l’artista collega alla figura umana, della quale
si manifesta sempre e comunque la premonizione dolorosa, se non direttamente
funebre e luttuosa. Una simile sensibilità in Regoli si dispiega
soprattutto quando egli dipinge gli esseri umani e compare molto meno
nei suoi paesaggi e in opere, quali le nature morte, che per statuto
dovrebbero alludere alla caducità delle cose e all’inarrestabile,
tragica fuga del tempo. Invece, di fronte alla natura e agli oggetti
studiosamente disposti, Regoli assume un atteggiamento maggiormente
contemplativo: sa che, nell’ordine che presiede al tutto, l’uomo
ha una coscienza e una finitezza che rende molto più fragile
la sua vita mentre alla natura è consentito un perenne fluire
e un continuo risorgere, per cui i raggi del sole al tramonto recano
in sé, più che la fine, l’imminente, certissima
rinascita. Per questo i suoi paesaggi e le sue vedute, dell’isola
d’Elba o della campagna romana o della stessa capitale, respirano
liberamente, al punto che la pennellata si fa più fluida sottraendosi
al primato del disegno; e il taglio appare effettivamente moderno,
a volte memore di certe soluzioni cinematografiche.
Il
piacere della pittura
L’opera di Regoli è però più complessa
e articolata di quanto sembri in apparenza, né è identificabile
con i suoi due aspetti che già abbiamo sottolineato, e cioè
la pensosità delle composizioni più drammatiche o la
serenità contemplativa delle nature morte e degli splendidi
paesaggi. C’è un altro aspetto da valutare nella produzione
di questo artista, apparentemente in contrasto con il primo. In Regoli
sussiste un tono affabulatorio, felicemente narrativo e si vorrebbe
dire illustrativo (dove al termine “illustrazione” sia
sottratta qualsiasi ipoteca diminutiva) da cui dipendono composizioni
di prevalente ispirazione letteraria, secondo principi erratici e
imprevedibili, che vanno da certi passaggi più romanzeschi
della Bibbia (Mosè salvato dalle acque, Tav. XXVI) ad aderenti
omaggi dickensiani, da scene capitali di Pinocchio (Tav. VIII) e di
Huckleberry Finn (Tav. LVII) 3 ad episodi inventati, ma di sapore
letterario, come quello in cui Zingari bambini si dividono il bottino
in una grotta (Tav. LIII). In tutti questi casi l’estro del
pittore si lascia andare liberamente, immergendosi del tutto nella
materia narrata, con un gusto istintivo, un poco selvaggio e quasi
fisico. Ne derivano opere di immediata felicità espressiva,
folte di citazioni liberamente assemblate, che consentono all’osservatore
un tuffo dentro il passato, come se le fantasie promosse dalla lettura
trovassero in Regoli un interprete ideale e un tramite prezioso. Qui
siamo lontanissimi dall’atmosfera algidamente intellettuale
che rende così misteriose certe composizioni del pittore, di
cui abbiamo già parlato e che potremmo ribattezzare “meditazioni
sulla vita e sulla morte”; qui ci troviamo in un clima cordiale,
familiare, quello per cui le creature della letteratura, soprattutto
di quella più avventurosa, grazie ad una sorta di magia (la
stessa che a volte è consentita dal cinema) ci diventano affini
come vecchi amici, più prossime a noi, talora, delle persone
in carne e ossa che accompagnano le nostre giornate. In comune tra
queste scene di sapore letterario e il resto della produzione di Regoli
c’è il piacere della pittura, un piacere che sottintende
tutta una serie di cose: l’amore per il disegno, la straordinaria
abilità registica, l’immersione nella fisicità
dei colori sottolineati dalle luci più vivide, a contrasto
con zone dense di buio. Quel che prevale in Regoli è dunque
la sua spavalderia, la sua concezione orgogliosa, quasi sprezzante
di una pittura che non si sottopone a calcoli, che ignora agganci
con le avanguardie, che si accontenta – ammesso che ciò
significhi poco – di intrattenere un dialogo privilegiato con
una lunga, in fondo ininterrotta tradizione.
Stefano Fugazza
1 Sotto l’egida della “bella
pittura” si è anche tenuta di recente una mostra presso
la Pinacoteca Provinciale di Potenza.Se ne veda il catalogo: La bella
pittura 1900-1945, a cura di L. Gavioli, con saggi di vari autori,
Venezia 2003.
2 Prima o poi verrà il tempo
di scrivere la storia di questo genere di pittura, in cui rientrano
ad esempio Gregorio Sciltian (1900-1985), Pietro Annigoni (1910- 1988)
e, tra i viventi, un ritrattista come Ulisse Sartini.
3 Ci si riferisce naturalmente
al capolavoro di Mark Twain Le avventure di Huckleberry Finn (1885),
“vasta epopea dell’America degli avventurieri (…)
l’America dell’età dell’oro e della colonizzazione,
della vita violenta ed elementare” (Dizionario Bompiani delle
opere e dei personaggi di tutti i tempi e di tutte
le letterature). |

Vitalità
della tradizione pittorica Europea nella pittura di
Luciano Regoli

Presentazione
di Gian Luigi Rondi |